Troppi social media pericolosi per i ragazzi, ma toglierli non fa bene

13 gennaio 2026 – L’uso eccessivo dei social network da parte degli adolescenti è legato a una riduzione del loro stato di benessere complessivo. Tuttavia, negarne l’utilizzo non è la soluzione: anche l’astinenza completa, infatti, produce effetti negativi. Una ricerca dell’University of South Australia di Adelaide pubblicata JAMA Pediatrics cerca di far luce sul rapporto tra adolescenti e social, confermando che che è complesso, legato all’età, alle modalità e all’intensità di utilizzo. I social media hanno un “ruolo centrale nella vita degli adolescenti”, chiariscono i ricercatori. “Da un lato, supportano la connessione sociale, l’espressione di sé e l’accesso alle informazioni; dall’altro, un uso intensivo è stato associato a disagio emotivo, al confronto sociale e al cyberbullismo”.

Lo studio si basa sui dati di oltre 100 mila ragazzi tra i 9 e 17 anni seguiti per 3 anni e mostra grandi differenze in base all’età dei ragazzi. Per quelli più piccoli (fino a 11-12 anni) il mancato di utilizzo di social network è quello che corrisponde a uno stato di maggior benessere e un utilizzo eccessivo (più di due ore al giorno) corrisponde a un peggioramento del benessere riferito. Le cose cambiano quando i ragazzi crescono: a partire dai 12-13 anni l’uso moderato dei social è la condizione che garantisce il maggior benessere mentre sia l’uso eccessivo, sia l’astinenza diventano problematici. “Nella prima adolescenza, le interazioni offline possono soddisfare sufficientemente i bisogni sociali, il che spiega perché il non utilizzo non sia dannoso”, spiegano i ricercatori. Invece, a partire dalla “media adolescenza i social media diventano un contesto chiave per mantenere le relazioni con i coetanei, l’espressione dell’identità e il senso di appartenenza. In questa fase, un coinvolgimento moderato può favorire la connessione e il supporto sociale, mentre sia un utilizzo molto elevato sia il completo non utilizzo possono aumentare la vulnerabilità, attraverso il confronto sociale o l’isolamento sociale”, concludono i ricercatori.

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