23, ottobre 2025 – Il cancro alla prostata è uno dei tumori maschili più frequenti: è la seconda neoplasia più comune tra gli uomini a livello mondiale e la più diffusa nei Paesi occidentali, con oltre 1,4 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno secondo i dati del Global Cancer Observatory. La malattia pone ai medici e ai pazienti anche una sfida aggiuntiva: la valutazione del rischio. Se infatti la maggior parte dei casi si manifesta in forma indolente e a crescita lenta, circa il 20% evolve verso forme metastatiche e letali, e distinguere tra le due categorie di pazienti non è facile, segnalano gli esperti. Un nuovo studio italiano suggerisce che potrebbe essere l’architettura del Dna a svelare se si è in presenza di un caso a basso o ad alto rischio. Il team di ricercatori, sostenuto dalla Fondazione Airc, ha usato un approccio innovativo. E ha mostrato che, a partire da un’unica biopsia, sembra possibile identificare l’organizzazione tridimensionale del Dna nel nucleo cellulare. Un’informazione ritenuta preziosa per capire qualcosa di più sul ‘destino’ dei casi di cancro prostatico.
I numeri testimoniano l’urgenza di migliorare queste valutazioni e di conseguenza l’accesso dei pazienti alle terapie più giuste per loro: basti pensare che nella sola Ue la patologia colpisce circa 450mila uomini l’anno, mentre in Italia si registrano oltre 36mila nuovi casi annui, soprattutto sopra i 65 anni d’età. L’attuale percorso diagnostico si basa sulla valutazione istologica di biopsie multiple, condotta solitamente a seguito di livelli elevati di Psa o di esami rettali, da parte dello specialista, dall’esito anomalo. Tuttavia la variabilità clinica e la multifocalità del tumore prostatico rendono difficile prevedere con precisione l’evoluzione della malattia, portando spesso al sovra-trattamento di pazienti con forme che col senno di poi si rivelano silenti, con un impatto negativo sulla qualità di vita. Lo studio pubblicato su ‘Nature Communications’ è stato coordinato da Chiara Lanzuolo e Francesco Ferrari, ed è frutto della collaborazione tra il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), l’Ifom (Istituto Airc di oncologia molecolare), l’Ingm (Istituto nazionale di genetica molecolare) e l’Irccs Policlinico di Milano. “La forma della cromatina, cioè l’architettura del Dna e delle proteine che lo regolano, è da tempo riconosciuta come un indicatore dell’aggressività di diversi tipi di tumore – spiega Lanzuolo, ricercatrice Cnr e direttrice del laboratorio di ‘Chromatin and Nuclear Architecture’ all’Ingm – Noi ci siamo chiesti se alterazioni nell’organizzazione della cromatina dei tumori al momento della diagnosi potessero fornire informazioni prognostiche più accurate rispetto ai metodi tradizionali. Abbiamo inoltre scelto di studiare il tessuto intero per avere informazioni sul microambiente tumorale, che nel caso della prostata ha caratteristiche peculiari perché le cellule neoplasiche crescono in piccole masse disseminate in tutto l’organo”.









